Il Festival di Napoli, che ha ripreso a vivere dopo anni di pausa, è arte pura, antica, piena di storia e di storie. Nelle sue canzoni la parola, e non solo, ha un’importanza vitale, andrebbe ascoltata e valorizzata come nostro patrimonio. Non a caso il 6 novembre scorso la V Commissione Lavoro, Commercio e Cultura del Comune di Napoli ha espresso parere favorevole alla proposta di intitolare l’area tra via Kauffmann e via Bertini all’artista Mario Abbate, interprete incomparabile della canzone napoletana. Questa proposta, votata all’unanimità, ha visto nascere “Largo Mario Abbate”.

Mario Abbate jr, lei ha scritto un libro su suo padre, un grande e raffinatissimo interprete della canzone napoletana. Un artista che si è contraddistinto davvero per la sua “anema e core”, la sua onestà, etica e disponibilità. Qual è stato quel peculiare talento che ancora oggi emoziona?

Nel libro ho voluto parlare più dell’uomo che dell’artista. Mio padre, in realtà, nasce prima come attore, inizia a recitare a nove anni con la famosa compagnia napoletana “Cafiero e Fumo” e crescendo è diventato cantante. Mario Abbate più che cantante è stato interprete della canzone napoletana; è quello che fa arrivare dritto al cuore ciò che conta. Ci sono tanti cantanti ma l’interprete è colui che sa trasmettere le emozioni. Aveva una voce particolare: la sua scuola non è stata seguita. Era un fuoriclasse e i fuoriclasse non hanno eredi, per questo sono unici. Ovunque andasse riusciva a connettersi con i sentimenti di chi ascoltava. E ancor oggi è vivo nei loro cuori.

Nel libro, curato da sua nipote Silvia, figlia di suo fratello Massimo, vengono raccontate storie di vita, anche degli anni della Seconda guerra mondiale, nelle quali ognuno di noi può sentirsi coinvolto perché racconta di fatiche, sentimenti, dolori e anche successi. Una vita tanto difficile ma anche ricca di soddisfazioni che molti italiani all’estero conoscono bene. Come ha inciso il vissuto di Mario Abbate sulla sua carriera? Quali sono i valori che lo hanno portato a crederci sempre?

Mio padre ha vissuto gli anni della guerra a Napoli, una delle città più colpite. Si soffriva e non c’era nulla da mangiare. Essendo rimasto orfano di padre da piccolo, ha dovuto prendersi cura della madre e dei sei fratelli. In Abruzzo, dove si erano trasferiti, per portare il pane a casa ha lavorato duro nei campi. A 12 anni dovette diventare uomo per forza, come quasi tutti quelli che hanno vissuto quel periodo. Forse è per questo che la sua arte interpretativa è pervasa da quella vena di “malinconismo” che proviene dalla sofferenza. Dopo sono arrivate le soddisfazioni. Dalla sofferenza viene la grandezza degli uomini, e anche l’umiltà, perché è stato un uomo molto umile, anzi: esageratamente umile. Nei quartieri popolari di Napoli c’è gente che ha la fotografia di Gesù Cristo, Maradona e Mario Abbate. Il popolo lo ha amato e continua ad amarlo come se fosse un santo. Non solo: quando ha avuto fortuna, l’ha regalata, l’ha condivisa con la gente bisognosa che incontrava. Grande amico di Totò, Peppino De Filippo e altri grandi, dopo aver cenato con loro a Napoli, capitava che lasciasse nei vicoli banconote da diecimila lire, che erano banconote enormi e una grande cifra per l’epoca. Tanto che un giorno capitò che abbiano gridato al miracolocome testimoniano alcuni giornali, tra cui “Il Mattino”. Se veniva invitato a cena da persone semplici, accettava. Penso che di gente semplice il mondo sia pieno. Mio padre era uno di loro perché aveva una predilezione per chi si alzava tutti i giorni per portare la zuppa a casa, per coloro che non nascono con la camicia, ma se la devono sudare con il lavoro. Scappava solo dalla politica e dalla gente dal sorriso facile. Mario Abbate è stato l’unico artista napoletano che nel dopo guerra ha avuto quattro successi mondiali con Anema e core, Malafemmena, Luna Caprese e Indifferentemente. Ha lasciato 2.000 incisioni, ancora oggi è molto venduto e ascoltato ovunque, in Germania, Francia, Canada, Polonia, Spagna solo per citare alcuni Paesi. Ma nel libro ci sono molte storie e aneddoti che parlano di me, dei miei fratelli, di come ha conosciuto mia madre e di tanti grandi artisti che hanno lavorato con lui. Mio padre è stato un grande artista e interprete, ma soprattutto un uomo tanto amato.

Mario Abbate negli Anni ’50 e ’60 del Novecento ha girato il mondo riscuotendo uno straordinario successo e ancora oggi le sue canzoni, oltre a essere fiore all’occhiello per il nostro Paese, lo sono soprattutto per gli italiani all’estero. Anche lei ha vissuto per un periodo all’estero: cosa sente di dire loro in funzione anche del nuovo Festival?

Mio padre ha viaggiato tantissimo in America, Canada, Messico, Giappone, ha cantato nei teatri più importanti al mondo come il Metropolitan di New York riscuotendo un grande successo non solo tra gli italiani all’estero, ma presso tutti coloro che lo ascoltavano perché arrivava dritto al cuore. Per quanto riguarda il nuovo Festival di Napoli, il cui direttore artistico è mio fratello Massimo, posso dire che il tempo passa ma che la poetica e l’artisticità napoletana sono ancora molto vive nella nostra millenaria cultura. Napoli è stata fondata dai greci, la sirena che cantava a Ulisse non è altro che Napoli. Noi, attraverso la voce di questi giovani talenti, veramente capaci, trasmettiamo ancora quell’armonia napoletana che è diventata famosa in tutto il mondo. I temi sono cambiati, questi ragazzi hanno scritto testi meravigliosi, certamente moderni, non parlano tanto di stelle o di mare ma di argomenti attuali, veri, rispondendo a un sentimento di oggi, come allora lo erano altri temi. Il nuovo Festival di Napoli non è altro che il riflesso di quel festival famosissimo che si svolgeva una volta. Tuttavia è sempre Napoli che, rinascendo, canta e si fa valere anche attraverso la musica. A Napoli ci sono i diavoli e ci sono gli angeli; noi Abbate siamo gli angeli. Napoli è mille colori, come diceva Pino Daniele. Mio fratello Massimo, il qualità di direttore artistico, è più adatto a rispondere a questa domanda.

Massimo Abbate, lei è il presidente di ANIA (Associazione Nazionale Italiana Artisti) e direttore artistico del Festival di Napoli New generation dal 2015 al 2018. Da quest’anno si chiamerà solo Festival di Napoli: si respira aria nuova. Cosa lega il passato al presente? Quali sono le sue caratteristiche?Il nuovo Festival di Napoli per quattro anni si è chiamato New generation perché era composto solo dai giovani emergenti della canzone napoletana invece da quest’anno l’importante novità è che si sono aggiunti dieci cantanti lirici. Parlando del Festival di Napoli dell’epoca, quello dal 1952 al 1970 era a dir poco glorioso, più forte del Festival di Sanremo. C’erano arrangiatori come Riz Ortolani, Ennio Morricone, grandi direttori d’orchestra e personaggi di caratura nazionale, presentatori come Mike Bongiorno, Pippo Baudo, Corrado, Daniele Piombi. Dal punto di vista canoro sul palco salivano interpreti dell’alta nomenclatura come Achille Togliani, Domenico Modugno, Ornella Vanoni che non erano napoletani ma si sono cimentati in quella straordinaria avventura che è la canzone napoletana. Quel Festival non era realizzato solo dalla Rai ma veniva sostenuto anche dalla regione Campania, insieme a molti altri fondi. Invece, il Festival che ho ripreso vuole rinverdire la canzone napoletana che in questo momento vive uno stallo terribile perché non si capisce dove sta andando a parare e tende a portare avanti una musica che non è di ricerca. L’obbiettivo del Festival è quello di creare un gruppo di ragazzi per fare in modo che inizino a intraprendere ricerca musicale, cosa che purtroppo oggi non avviene. La novità non è quella di affiancare ai giovani talenti i cantanti lirici, che hanno una sezione diversa e avranno dei premi speciali. La novità è che i cantanti lirici canteranno, accompagnati dal pianoforte, tutti i classici del periodo d’oro della canzone napoletana di fine ‘800 inizio ‘900, in modo da veicolare questi giovani ragazzi della New generation. Oggi noi siamo una realtà nuova che si è mossa pian pianino perché quasi nessuno ci credeva. Negli anni passati sono stati fatti altri tentativi per far rinascere il Festival di Napoli ma sono falliti. Io ho deciso di farlo perché dobbiamo cercare di capire che la canzone napoletana deve andare in una direzione specifica. Quindi, se non si può partire da Napoli perché c’è un ambiente non favorevole, anche se nessuno si oppone, allora si può partire dal mondo per mostrare cosa è la canzone napoletana in essere e, nello stesso tempo, cerchiamo di realizzare qualcosa di nuovo attirando artisti validi, anche se non sono napoletani, perchè la canzone napoletana è di tutti,è un patrimonio culturale e artistico mondiale. Lo hanno dimostrato interpreti come Luciano Pavarotti,Josè Carreras e Placido Domingo.

Il festival di Napoli si svolgerà dal 13 al 15 dicembre. Come sarà possibile seguirlo? Verrà trasmesso in live streaming sulla pagina facebook del Festival di Napoli, basta mettere ” mi piace” sulla pagina per seguire la diretta. Qui verranno pubblicati tutti gli orari e gli aggiornamenti. Oltre a questo ci sono molte radio sparse in tutto il mondo e molte televisioni che trasmetteranno, sempre in streaming,attraverso il canale youtube. Chiunque, da qualsiasi parte del mondo, può collegarsi al link del Festival di Napoli e goderselo comodamente seduto.

Le parole di Mario e Massimo Abbate ci trasmettono l’energia e la vitalità di una musica che,grazie a questo Festival, ha ancora la possibilità di stupirci e veicolare la freschezza dei nostri sogni.

Isabella Tegani

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